Omelia domenicale

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO  2020

LETTURE: Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
“Ecco, il seminatore uscì a seminare”. Una frase che introduce una delle parabole più citate del Vangelo.

Il Signore vuole riflettere insieme ai suoi numerosi ascoltatori sul modo, sullo stile di accogliere la Parola. Quante volte, da questo pulpito vi parlo della Parola, che ci schiude nuovi orizzonti perché Parola diversa, ispirata, ricolma di Dio.

Eppure è un grande mistero della nostra povertà: Dio ci parla e l’uomo stenta ad ascoltare. Un esempio? Che Parola abbiamo udito domenica scorsa? Difficile da ricordare, vero?Eppure quella era la Parola che avrebbe dovuto illuminare la nostra settimana!


Il seminatore, che è Gesù, esce a seminare. Ci immaginiamo il gesto ampio e solenne del seminatore, che non ha paura di gettare il seme con abbondanza, fin sull’asfalto, nella speranza che buchi la crosta dura del nostro cuore. Così è Dio: esagera. Non gli importa la stretta logica del guadagno, compie gesti insensati, getta con generosità la Parola sperando che buchi la dura crosta del nostro cuore. Gesù analizza poi i risultati della semina.


Il primo risultato è disastroso: il Signore semina sulla strada e il seme non riesce neppure a sopravvivere, perché arrivano gli uccelli e la mangiano. E dice: gli uccelli sono il maligno che non vuole correre il rischio che la Parola buchi l’asfalto della nostra indifferenza e della nostra abitudine. Il suo metodo? Semplice: il pregiudizio (“Sono tutte cose inventate dai preti…”), l’arroganza (“Sono bastante a me stesso…”), l’indifferenza (“Ho altro a cui pensare…”), e così ci perdiamo la vita vera.

La seconda categoria di persone raggiunte dalla Parola sono gli entusiasti un po’ incostanti. Sono quelli che, raggiunti dalla Parola, ne restano affascinati, soprattutto emotivamente. Magari è un’esperienza forte che li ha avvicinati: un pellegrinaggio, un ritiro, un gruppo, ma, appena fuori dal contesto, cominciano piano piano a lasciarsi riassorbire dalle preoccupazioni e, inesorabilmente, cadono nella dimenticanza.

E’ vero che oggi vivere la fede in un ambiente ostile è decisamente difficile, come il seme che cade in mezzo alle pietre, per questo è sempre più necessario vivere la fede insieme, avere degli spazi, dei momenti per ristorarsi, per riappropriarsi della propria fede.

La terza categoria è quella che, pur cresciuta, viene soffocata dalle spine. Chi, dopo aver accolto la Parola, averla maturata, averla accolta con gioia, incontra difficoltà, sofferenze, aridità e ne viene soffocato. Difficoltà sia a livello umano: una malattia, un lutto, che ci allontana definitivamente da Dio. O difficoltà di ordine spirituale: un’aridità prolungata, una fatica interiore…

Infine il seme cade su terra buona e produce frutto, in maniera diversa, adattandosi alla vita interiore di ognuno di noi. Ma, a questo punto, occorre chiedersi: qual è il terreno buono?

Sono sempre rimasto un po’ perplesso nel rispondere a questa domanda. Se qualcuno mi dicesse: “Sì, mi sento un terreno buono che da frutto” non sarebbe un po’ troppo presuntuoso?

Sapete, io credo che terreno buono sia chi si sia riconosciuto almeno un po’ nei precedenti tre terreni. Sia colui o colei che con semplicità, abbia sentito questa parola e abbia sentito nel suo cuore la durezza, l’incostanza, la preoccupazione. E abbia paura di perdere la Parola. Penso che solo un atteggiamento interiore di verità è terreno fecondo per la Parola.

Bene amici miei: lasciamo allora che, continuamente, la Parola che il seminatore getta a piene mani attecchisca nella nostra vita.

Ma mi chiedo pure: il seminatore riesce a buttare il suo seme?

Tutti noi credo che abbiamo in casa un Vangelo o una Bibbia, magari in edizione di lusso. Che giacciono impolverati.

E allora: facciamola vivere questa Parola! Diamole respiro! Lasciamo che, finalmente, il seminatore ci raggiunga!

E così sia.