La nostra storia

ASSISTENZA PASTORALE

AGLI EMIGRATI ITALIANI IN SVEZIA

di Mons. Silvano Ridolfi

Premessa

Questo breve,ma attento studio sulla assistenza pastorale agli emigrati italiani in Scandinavia è stato motivato dal progetto del 2008 di onorare l’attività dei missionari italiani a Goeteborg (Svezia) a 60 anni dalla apertura di quella Missione Cattolica Italiana, ringraziandone l’ultimo italiano che ha lavorato in quella sede, Padre PAOLINO Amedeo sj, rientrato in Congregazione nel 2004 dopo ben 32 anni di attività pastorale.

L’occasione è apparsa opportuna per fissare alcune date, nomi ed avvenimenti che non devono perdersi nel buio della dimenticanza e nemmeno nelle nebbie della trascuratezza.

Anche se, e forse appunto perché, in quelle terre la presenza italiana sembra destinata a scomparire ed anche in breve tempo: più per la mancanza di personale ecclesiale che per cessata sua utilità.

E’ bene quindi, ripeto, che restino ricordo e documentazione essenziali del lavoro svolto in tanti anni e con tante difficoltà da un tenace manipolo di sacerdoti, suore e laici che vi hanno speso energie e mezzi per accompagnare quelle piccole comunità italiane di emigrati in fedeltà al mandato di evangelizzazione.

La poca documentazione a disposizione e la difficoltà di accedere ad altre fonti certamente ben più fornite di dati e relazioni( nonché la iniziale ristrettezza dei tempi) hanno costituito un grosso limite alla completezza e profondità di questa trattazione. Quello comunque che vi vien detto è tutto frutto di documentazione messami a disposizione da fonti affidabili e in buona parte ufficiali e il resto viene della mia diretta esperienza di quei tempi e con quelle persone.

Lacune non ne mancano e spero che ci sarà chi le colmi prima o poi. Errori ce ne possono essere e sono grato a chi me li farà notare. Assicuro comunque, unitamente all’affetto per la causa, di avere usato la massima scrupolosità possibile nel riferire dati,persone e fatti ed anche la maggiore onestà necessaria nelle valutazioni e nei giudizi.

Emigrazione italiana in Svezia

Una presenza italiana in Svezia risulta già nel 1700 : si tratta, per lo più, di stuccatori, figurinai di Lucca, cantastorie.

Nel 1875 ca. si registra forse un migliaio di italiani presso la parrocchia cattolica di Götgatan a Stoccolma. Si sa comunque che questi fondarono nel 1909 la S.A.I. (Società di Assistenza Italiana) tuttora esistente, ma trasferita dagli anni ’40 a Nacka vicino a Stoccolma perché vi lavoravano molti italiani presso la Ditta Atlas-Copco.

L’inizio della emigrazione italiana nel dopoguerra ci riporta al 1947 quando,come sopra accennato, l’industria svedese conosce una grande crescita dovuta al fatto che il paese non aveva subito danni bellici non avendo partecipato alla guerra. E non era più in grado di provvedere alle necessità di sviluppo con manodopera locale. Allora gli industriali pensano all’Italia. Il Governo svedese negli anni 1947-50 prende in mano questa esigenza e gestisce la immigrazione mettendo un tetto alla durata dei contratti di lavoro, due anni, ed istituendo una commissione di controllo ed ingaggio a Milano. Dopo di che ha lasciato agli industriali l’iniziativa.

Le aree industriali interessate risultano le seguenti: Stoccolma, Västerås, Malmö, Göteborg, Lindköping, Gustavsberg, Gävle, Hallstahammar.

Date queste condizioni di programmazione ed ingaggio, l’emigrazione italiana in Svezia non fu di manovali generici, bensì di operai specializzati, ingaggiati con previo contratto di lavoro ed anche assistiti nella loro sistemazione. La loro provenienza era soprattutto del Nord con una forte consistenza dall’Emilia-Romagna.

La partecipazione degli italiani un tempo molto forte sta diminuendo sempre più. La prima generazione è comprensibilmente composta da anziani, la seconda sembra assorbita nell’ambiente svedese, la terza sta ricercando una propria identità.

La successione delle MCI in Svezia

VÄSTERÅS

Västerås, che inizialmente aveva il nome Aros, venne fondata nel 1100 come sede vescovile. Ivi crebbe nell’alto Medio Evo una forte colonia tedesca. Deve la sua prosperità soprattutto ad importanti miniere di ferro e rame ( miniere di Bergslagen). Qui è sorta anche la più grande azienda elettrotecnica svedese, l’A.S.E.A. (Allmänna Svenska Elektriska Aktiebolaget). In questa città si sono tenute molte Diete importanti, tra cui quella del 1527 che introdusse in Svezia le dottrine di Lutero.

E è in questa cittadina non molto distante da Stoccolma che nel 1948 troviamo il primo missionario italiano in Svezia , don Pietro TAGLIAFERRI (diocesi di Bergamo, 1900-1980). Il suo invio presso gli operai della ASEA di Västerås con rescritto della S .Congregazione Concistoriale è stato abbastanza problematico e difficoltoso perché né sindacato né Governo prevedevano una assistenza religiosa, esigenza abbastanza estranea alle loro sensibilità. Tutto venne superato facendo perno sui risvolti sociali di tale assistenza. Don Tagliaferri è quindi anche il primo sacerdote italiano a raggiungere

la Svezia. Nel 1947 aveva lasciato la parrocchia bergamasca di Cerete Basso per raggiungere gli emigrati italiani in Svizzera dove rimase fino all’autunno 1948 quando accettò l’impegno in Svezia che per lui comportava un grande cambiamento di sistemazione e la necessità di apprendere una nuova lingua. Visse nel cantiere degli operai italiani fino al 1950 quando viene trasferito a Göteborg ove rimane fino al 1954.

La sua sistemazione logistica sa di precario. Ottiene infatti un locale da scapolo nelle baracche degli italiani della ditta ASEA da condividere però con un altro. Comunque si sistema. Per interessamento del Capitano Engström dell’ASEA ottiene di poter celebrare la Messa ogni domenica nel locale di ritrovo degli italiani, non senza qualche disagio. Questo locale, che serviva anche da mensa, denominato “Sjöhagen”, diverrà la prima sede del club italiano. Don Tagliaferri verrà impiegato nella Ditta presso la Cassa Malattia per il controllo nei casi di assenze per malattia, un compito in parte anche imbarazzante.

La sua partenza da Västerås per Göteborg nel 1950 è stata piuttosto una fuga. Perché, rientrato in autunno di quell’anno da una visita in Italia, trova il suo alloggio presso la Ditta occupato da altri e tutte le sue cose messe alla rinfusa in una cantina ( “…la paga di tre anni da impiegato nella Ditta” conclude amaramente in una sua lettera da Stoccolma il 16.11.50). E dopo una breve sosta a Stoccolma, ove sarebbe anche rimasto volentieri come missionario, raggiunge nel 1951 la sua nuova sede di Göteborg, in successione a don Piero Damiani, trasferito a Stoccolma. A Göteborg resta fino al 1954 per raggiungere l’Olanda (la città di Den Haag) fino al 1967 assumendo negli ultimi anni anche il compito di coordinamento per i missionari italiani della zona.1.

Rientrato definitivamente in diocesi, riprende il servizio di parroco (a Dezzolo di Salve) fino alla morte nel 1980.2 Purtroppo non mi è stato possibile rinvenire molta documentazione sul suo lavoro da pioniere. Ma da alcuni accenni fatti in seguito a confratelli risulta avere vissuto con sofferenza il suo lavoro di missionario, complicato anche dalla difficoltà della lingua svedese. Nel 1964 Paolo VI lo aveva annoverato tra i suoi cappellani di onore.

Quando don Tagliaferri lascia Västerås sarà il neo venuto missionario di Stoccolma ad interessarsi di tanto in tanto di quella comunità, praticamente negli anni 1950-52 finchè non vi venne inviato (febbraio 1952) un maturo padre gesuita, p. Alfonso Montabone.

P. Alfonso MONTABONE ha avuto facilitato il suo inserimento per il fatto che i Gesuiti avevano in Svezia una antica e valida esperienza, anzi tenevano la cura pastorale della Parrocchia cattolica di Västerås. Anche il Vicario Generale di Stoccolma era un gesuita tedesco, p. Schmidt.

P.Montabone giunge Västerås in età matura nel 1952 e vi rimarrà fino ad età avanzata, oltre i 70 anni, fino al 1970. Molto calmo e metodico, con una solida formazione religiosa ed una buona preparazione culturale, non si è scoraggiato di

fronte alle difficoltà, ma le ha affrontate con sano realismo e calcolato zelo. Con il sostegno del capitano Engström dell’ASEA ottiene un locale in un palazzo di Köping da adibire a cappella per la comunità italiana. E nello stesso anno apre una seconda sede per la nutrita colonia italiana di Halstahammar dove pure ottiene dalla Ditta Bult di erigere una cappella che verrà dedicata a S. Giuseppe Lavoratore e benedetta dal Vescovo di Stoccolma Mons. Nelson. Era riuscito ad avere anche l’aiuto di una Suora, dedicata soprattutto ai bambini. Ma nel nel 1954 per la sua conoscenza delle lingue viene chiamato a Roma alla Radio Vaticana ove rimane fino al marzo 1956. L’assistenza agli italiani in questo periodo viene affidata a p. Renato LANZ sj, che gode della collaborazione di tre signorine, tra cui Maria contessa di Sammarzano. Si verifica un buon sviluppo delle attività associative. Però, mal visto e mal interpretato da un giornalista svedese locale, p. Lanz ritiene opportuno lasciare la sede.

Ritorna nel 1956 p. Montabone che riorganizza le attività della Missione, assistito da una suora laica volontaria, Maria Di Donno. Gli anni passano e nel 1968 il Commissario gesuita del Provinciale, p. Hornung, che risiedeva in Germania, ne prospetta il rientro a Torino per motivi di salute e di età. E faceva anche l’ipotesi di una sostituzione che poi non verrà. Ma p. Montabone rientrerà a Settimo Torinese (TO) dove muore nel 1991.

Dopo una pausa di circa un anno il Delegato nazionale di Germania, cui è collegata la Scandinavia, riesce a trovare nel 1970, un nuovo missionario per la Missione Cattolica Italiana di Västerås nella persona di don Lino MERCATELLI (diocesi di Genova) che lascia per questo la Missione di Reutlingen (Germania), ove aveva operato dal 1966. Genovese, spirito pratico e forte come temperamento, si prodiga con intelligenza e decisione per gli italiani, con particolare attenzione ai bambini (ca. 100 a Västerås e 35 ad Halstahammar), e unendo il lavoro materiale in fabbrica alla cura pastorale. Infatti, anche per ragioni economiche, dal 1972 al 1980 entra a lavorare a mezza giornata come operaio presso l’ASEA.

La comunità italiana andava nel frattempo continuamente riducendosi: dai 1650 principalmente nella città di Västeras, si era passati a 1.149 nel 1961, divenuti 1000 nel 1970 e 890 nel 1980.

Ed è nell’aprile del 1980 che per ragioni du salute don Mercatelli rientra definitivamente in Italia con l’accordo preso con la comunità italiana e il Vescovo di Stoccolma Mons. Brandenburg di rientri periodici in occasione delle festività. E gli italiani vengono invitati ad inserirsi nella Comunità Cattolica di Västeras.

GÖTEBORG

Questa città, la seconda della Svezia, deve il suo nome alla tribù germanica dei Geati, che abitavano la regione dello Götaland (terra dei Geati). Il fiume su cui sorge la città è il Götaälv (= fiume Göta) e Göteborg è il forte sul fiume costruito sulle rive meridionali del Göta, che poi si getta sul Kattegatt ,da Re Gustavo II Adolfo nel 1618 con l’aiuto di emigrati olandesi per proteggere il porto, che è lo sbocco commerciale della Svezia

con l’occidente. E come porto commerciale si è imposto divenendo il più importante di tutta la Svezia e della regione.

Il primo missionario italiano per la comunità italiana in Göteborg, che si è formata negli anni ’40 dopo la seconda guerra mondiale, è don Piero DAMIANI (diocesi di Udine).

Sacerdote culturalmente ben preparato con lauree in teologia, filosofia e lettere, spiritualmente ben formato con solida preparazione in Seminario e provata esperienza pastorale in diocesi, desideroso comunque di recarsi all’estero per un compito di lettore di italiano presso qualche Università del Nord Europa rendendo contemporaneamente un servizio pastorale in loco.

Sembrava il sacerdote più adatto per rispondere alla domanda fatta dal Delegato Apostolico in Scandinavia S.Ecc. Mons……..che nel 1948 aveva appunto chiesto a Propaganda Fide un professore come lettore di italiano presso l´’Università di Stoccolma il quale desse poi contemporaneamente una mano alla Delegazione.

E a don Damiani la proposta arrideva. Anche il Vescovo di Stoccolma S.E. Mons. Müller era d’accordo. E si è anzi affrettato a scrivergli di studiare svedese per essere utile anche alla Diocesi.

Con entusiasmo e disponibilità don Damiani rispose nel novembre 1948 di accettare “il compito di missionario presso gli italiani residenti in Svezia, desideroso di poter estendere il mio apostolato anche alle popolazioni di lingua svedese sia cattolici che non cattolici….e in un secondo tempo, se non è possibile ora, poter insegnare in qualche Istituto od Università”.3

Con queste premesse e in questa prospettiva don Piero Damiani, dopo avere ottenuto il permesso del suo Vescovo S.E.Mons. Nogara e dopo avere adempiuto alle non semplici formalità civili, autorizzazioini, permessi, ecc.- e munito del rescritto della S. Congregazione Concistoriale, nel gennaio 1949 parte in treno per la Svezia. E’ interessante la lettura del diario, dettagliato e incuriosito, sul suo viaggio con i vari incontri casuali, le impressioni sul paesaggio e sulle persone, sui primi contatti civili e religiosi.

A Stoccolma, sua prima mèta e ove tra gli altri incontra il missionario bergamasco di Västeras, don Piero Tagliaferri ( “bel tipo di prete”!), resta ben poco perché viene destinato a Göteborg per un insegnamento presso l’Istituto Italiano di Cultura ( console Marciapiedi) e per l’assistenza alla comunità italiana : “…mi convinsi subito- scrive in una sua relazione del 1953 alla Sacra Congregazione Concistoriale –4 della necessità di abbandonare ogni altra idealità che non fosse quella di dedicarmi completamente all’apostolato tra gli italiani che appariva la cosa più urgente”.

A Göteborg resta circa due anni perché nel gennaio 1950 viene invitato a trasferirsi a Stoccolma, lasciando la sede di Götborg a don Piero Tagliaferri, nel frattempo licenziato dalla ASEA di Västeras. Ma a Göteborg don Damiani aveva svolto una intensa attività catechetica per i bambini, formativa per gli adulti, di dialogo con i protestanti. Per conoscere meglio la sua gente aveva organizzato la benedizione delle famiglie, consegnando ad ognuna un ramoscello di ulivo dall’Italia. Una iniziativa faticosa per la

dispersione della famiglie, per le distanze, i tempi, ma molto apprezzata. Aveva anche svolto una specie di missione mariana di località in località con il quadro della Madonna di Pompei, donatogli da quel Santuario e benedetto dal S .Padre. Aveva perfino invitato in Svezia p. Lombardi sj, “il microfono di Dio”, ed avviato una opportuna attività giornalistica di formazione ed informazione con il mensile “La Voce d’Italia”, che raggiungerà in Stoccolma le 2.500 copie con una spesa ben ridotta (720mila lire italiane).

Con questa ricca esperienza pastorale e ormai sufficientemente padrone della lingua svedese, ritorna dunque a Stoccolma divenendo il primo missionario stabile in questa sede. Nella citata relazione del 1953 ha lasciato scritto: “ l’essere stato il primo missionario italiano a Göteborg prima e poi a Stoccolma, se mi procurò la soddisfazione di iniziare ed avviare il lavoro, mi impegnò in una quantità di prove ed esperimenti tra difficoltà e sacrifici che difficilmente si dimenticano nella vita”. (pg.129)

Da Stoccolma rientrerà in Diocesi nel 1953 passando il testimone della pastorale italiana al francescano p. Giulio Masiero.

In Italia dopo una parentesi diocesana diventerà il Rettore del Santuario di Muggia a Trieste fino al…quando rientra in Diocesi per motivi di salute e di età. E ad Udine morirà nel……..

PADRE Giuseppe VISENTIN ofm.conv

La situazione di incertezza che si era creata nelle MCI di Svezia (allontanamento di don P.Tagliaferri da Västeras e sua successiva volontà di rientrare in Italia dopo la esperienza triennale a Göteborg in successione a don P. Damiani, trasferito a Stoccolma con incarichi provvisori; le incertezze e poco chiare prospettive per la sede di Stoccolma) hanno fatto ripensare il futuro della pastorale per gli italiani in quella terra, cercando una soluzione tranquilla ed a lunga scadenza.

Siamo alla fine del 1952 ed inizio del 1953. Provvidenzialmente la Provincia patavina dei Frati Minori Conventuali, contattata da Roma, manifestò la possibilità di inviare inzialmente due Padri della propria Provincia per la pastorale degli italiani in Svezia.

Vennero quindi i PP. Giulio MASIERO e Giuseppe VISENTIN, che, d’intesa con il Vescovo di Stoccolma S.E.Mons. Müller, vennero collocati il primo a Stoccolma ed il secondo a Göteborg.

E così dal settembre 1953 p. Visentin diviene il terzo missionario italiano a Göteborg, restandovi fino al 1969 quando la Provincia patavina decide di richiamare i suoi due Padri.

P. Visentin è un veneto, sacerdote religioso convinto e zelante, un tipo accomodante, capace più di sopportare che di un fermo dialogo. Viene sistemato nella parrocchia cattolica, parroco era p. De la Potterie, e subito si impegna a conoscere la sua gente ed a studiare svedese.

I rapporti in parrocchia non sono troppo positivi per le due mentalità pastorali diverse: quella di P.Visentin che si sente chiamato a curare gli italiani nell’ambito della Chiesa locale e quella del parroco che vorrebbe un loro forzato ed accelerato inserimento

nella parrocchia. Comunque il lavoro pastorale prosegue e gli anni passano nella costante fedeltà pastorale ed ecclesiale.

Nel verbale dell’incontro dei missionari italiani di Svezia (Stoccolma, Västeras, Göteborg, Malmö) del 3 marzo 1958, indetto dal neo vice-direttore di quelle Missioni, unite alla Germania, ma indipendenti pastoralmente,5 p.Giulio Masiero (Stoccolma) si legge che P. Visentin “lamenta una certa ‘durezza’ con i connazionali da parte del parroco locale, il quale esige ‘più sacrifici’ e ‘più convinzione’ da parte degli italiani. Lamenta come il suddetto parroco si opponga alla eventuale erezione di una cappella nella zona degli italiani( i baraccamenti della S.K.F. ,fabbrica di cuscinetti a sfera, ndr ) ed esiga che i connazionali facciano chilometri per portarsi alla chiesa parrocchiale in città”6.

P. Visentin era riuscito a far venire due Suore di Padova per assistere i bambini dell’asilo e catechizzarli, Sr.Gemma e Sr. Barbara. Una attività durata solamente tre anni a causa delle molte difficoltà locali, sia da parte svedese che da parte della colonia italiana la quale era intenzionata ad aprire un proprio asilo governato da donne dell’UDI (Unione Donne Italiane), di stampo comunista.

P. Visentin dopo 16 anni rientra, come detto, nel 1968 in Italia per la decisione dei suoi Superiori di richiamare questi loro Confratelli dalla Svezia. Continuerà a lavorare in una parrocchia Sant’Antonio di Arcella in Padova. e morirà tragicamente in un incidente automobilistico nel luglio 1986 in età di 74 anni.

Don Giovanni CAMOZZI

A succedere a P. Visentin ofm conv, viene inviato dall’UCEI (Ufficio Emigrazione della CEI in Roma, ora MIGRANTES) un sacerdote bergamasco, don Giovanni CAMOZZI (diocesi di Bergamo), già missionario di emigrazione in Inghilterra, prima nella MCI di Leicester e poi in quella di Manchester negli anni 1965-1969. Egli accetta la proposta fattagli ben sapendo che sarebbe andato in un paese dove la Chiesa Cattolica era povera di mezzi e di sacerdoti e la sua gente era formata in buona parte da stranieri (polacchi, ungheresi, spagnoli, italiani…). E “qui in un paese dal benessere diffuso e in una allora invidiata socialistica pace sociale, con una generalizzata disponibilità dei servizi umani più necessari (casa, salute, cultura..) e nelle libertà individuali più ampie, Don Giovanni avverte uno spessore umano molto naturalizzato e tanto lontano dalla fede. Non esita a coinvolgersi nella situazione degli italiani. “ (S. Ridolfi, Commemorazione di don G.Camozzi a Berlino nel primo anniversario della morte, 14/04/2002). E la sua “conversione missionaria” comportava di portare l’annuncio della fede inserendosi nel modo più pieno possibile nel tessuto vitale della gente.7

In una sua relazione del giugno 1970, dopo avere scritto di avere capito che “il mio primo compito era certamente di mettermi a contatto con tutte le famiglie” concludeva di averne registrate in Göteborg ca. 360 e che la popolazione italiana era di ca. 1500 persone, di cui 300 bambini; “fuori città ne ho contattate altre 42”. Il recapito della Missione e del missionario restava sempre quello della Parrocchia Cattolica locale . Ma l’abitazione era altra cosa ed è stata fonte di non pochi grattacapi. Non essendo possibile,almeno al momento, e così gli venne detto, una sistemazione in parrocchia, don Camozzi è rimasto la prima settimana in un alberghetto, poi è stato ospitato per un mese da una famiglia svedese, quindi si è trasferito per tre mesi nelle baracche della SKF e infine ha dovuto cercarsi un appartamentino nella zona della colonia italiana. Questo a dimostrare le difficoltà incontrate e l’adattabilità dimostrata in un lavoro pastorale veramente difficile e logorante.

Si pensi alle distanze da percorrere da una località all’altra, le ostilità da superare, le ristrettezze finanziarie. Comunque “posso dire di avere avuto le più belle soddisfazioni- scrive in una relazione del giugno 19708 – lavorando tra gli italiani”: di loro il 70 % desidera il sacerdote italiano, il 30 % lo vede con pregiudizi storici e politici.

La statistica pastorale di quell’anno registra 12 battesimi, 21 Prime Comunioni, 14 Cresime, un matrimonio, due funerali. Alla Messa italiana, che viene celebrata in una baracca dismessa della Ditta e adattata, partecipa un modesto 3 %.

Don Giovanni vuole rompere ogni diffidenza e chiede ed ottiene di lavorare in fabbrica per mezza giornata, in quella SKF dove lavora la maggioranza degli italiani. Una scelta che diviene uno scossone per la comunità italiana e la fa riflettere sulla figura del prete. Solo il parroco locale disapprova la scelta perché sottrarrebbe il sacerdote dai suoi specifici compiti pastorali.

La salute malferma della madre lo costringe a chiedere di lasciare la Missione. Ma accetta il servizio di cappellano di bordo che permette rientri periodici in paese . Un compito che svolge per quattro anni, dal 1972 al 1976.

Morta la madre, riprende la via della missione, questa volta in Germania, prima a Kassel 1971 e poi a Berlino 1972 ove resta fino al 1994 con un lavoro intenso che non è sfuggito nemmeno alle Autorità locali che gli hanno concesso la “cittadinanza onoraria”.

Rientrato in diocesi, viene nominato vicario parrocchiale ad Alzano. Ma nel 2000 è costretto a dimettersi più per salute che per età e si ritira dalle Suore di Palazzolo di Torre Boldone che lo assisteranno fino alla morte, avvenuta nel maggio 2001.

Dopo oltre un anno viene inviato a Göteborg un padre gesuita, PAOLINO Alfonso. Uomo di cultura e spiritualità, sacerdote esemplare, entrato in Congregazione a 22 anni, maturo di esperienza per annosi impegni in diversi campi (anche cappellano di fabbrica), conoscitore di lingue sarà il missionario che resta più a lungo in quella Missione, oltre trenta anni. Egli trova sistemazione in parrocchia. E con grande premura e pazienza tesse rapporti con la comunità italiana, con il clero locale. Ben

presto la Missione diviene il punto di riferimento, oltre che per gli italiani, anche per altri gruppi etnici ed un luogo di dialogo con svedesi protestanti.

Riesce ad ottenere aiuti e sostegno da diverse parti sia per la assistenza ai bambini sia per le varie attività. Dota la Missione di una buona biblioteca. Ottiene anche in uso un terreno per costruirvi una cappella, anni 1981-82, a che verrà intitolata a San Giuseppe e benedetta il 1° maggio 1983 dal Vescovo di Stoccolma Mons. Brandenburg. Una cappella che era divenuto l’orgoglio della comunità italiana di Göteborg. Se non che, quando p. Paolino aveva già lasciato la sede, un incendio, che sembra di natura dolosa, nel 2009 la danneggia gravissimamente tanto da renderla inservibile. E’ stata l’occasione perché il proprietario si riprendesse il terreno abbattendo definitivamente la cappella. Nel frattempo p.Paolino era già rientrato in Congregazione , a Napoli, causa l’età avanzata e la salute malferma. Ma dopo aver donato a questa assistenza pastorale tutte le sue energie per ben 32 anni.

P. Paolino in un suo lungo articolo “Notizie storiche della Missione Cattolica Italiana a Göteborg”9 si pone alla fine una domanda interessante: “quale beneficio portò la presenza dei cattolici italiani nella società svedese? Prima di rispondere a questa domanda, debbo dire che non solo italiani, ma anche cattolici di altre nazionalità vennero in quel tempo in Svezia: dalla Polonia, dalla Slovacchia e dalla Croazia. Poi giunsero cattolici dal Medio Oriente.” Alla domanda risponde con due casi di prevenzione verso la Chiesa Cattolica smontati da un paziente dialogo . Poi prosegue: La presenza degli italiani praticanti la Fede- ed in parte anche dei non praticanti- cambiò la mentalità svedese nella città di Göteborg nei riguardi della Chiesa Cattolica. Con il tempo la mutua conoscenza di famiglie svedesi ed italiane o di altre nazionalità cattoliche, il lavoro compiuto insieme nella fabbrica, i viaggi estivi di svedesi in Italia, specialmente a Roma, suscitarono simpatie che quasi estinsero la diversità delle origini. La Chiesa Cattolica aumenta in Svezia. Forse si arriva ad un mezzo milione. Il Vescovo cattolico è ora uno svedese convertito in gioventù. Vi sono scuole cattoliche ed anche una incipiente Università….”

S T O C C O L M A

La città di Stoccolma venne costruita lungo la costa orientale della Svezia, sviluppandosi su quattordici isole che affiorano là dove il lago Mälaren incontra il Mar Baltico, ed ebbe i suoi inizi nel 1252 come luogo importante di commercio di rame e ferro provenienti dalle miniere di Bergslagen, inizialmente nella sola isola di Gamla Stan (Città Vecchia). Il suo fondatore Birger Jarl la chiamò “Stadsholmen”, ossia “città sull’isola” o “Staden Mellann Broarna”, cioè “città tra i ponti”. In seguito si è sviluppata sulle isole adiacenti per cui la città si può dire costruita sulle acque. E per questo viene anche detta “la Venezia del Nord”.

Nel 1419 diviene la capitale della Svezia. Fu teatro di molte e sanguinose battaglie : la più ricordata quella ad opera delle truppe danesi di re Cristiano II nel 1252 quando conquistarono Stoccolma e zona ( bagno di sangue con 100 giustiziati).

Oggi la “Grande Stoccolma” comprende 26 Comuni e raggiunge quasi due milioni di abitanti.

La presenza italiana a Stoccolma è antica per i piccoli gruppi di girovaghi in Europa come i “figurinai “ di Lucca che raggiunsero tutti i Paesi del Nord Europa a vendere le loro riproduzioni in gesso. Ma è dopo la seconda guerra mondiale che l’Italia, esuberante allora di manodopera, fornisce alla fiorente industria svedese, che non aveva subito i danni della tremenda guerra, folti gruppi di operai, in massima parte tecnici. Ed è a Västeras, nella grande periferia di Stoccolma, che viene il primo nucleo di operai italiani con l’assistenza di un sacerdote italiano nel 1947, don Pietro TAGLIAFERRI (diocesi di Bergamo). Ma, come ovunque è poi la grande città ad attirare per i servi e le opportunità che offre.

Don Piero DAMIANI

Mentre don Tagliaferri operava a Västerås, la S. Congregazione Concistoriale tramite UCEI (Ufficio Centrale per l’Emigrazione Italiana, organo operativo dei Vescovi italiani) invia nel 1949 a Stoccolma il prof. Don Piero Damiani (diocesi di Udine). Egli vi resta poco, praticamente per i necessari contatti con il Vescovo e il Vicariato Apostolico (S. Sede) e la Legazione italiana, perché il Vescovo Müller lo invia a Goeteborg ove arriva il 2 marzo 1948 e vi svolge una intelligente ed intensa attività (cfr. il capitolo sulla MCI di Göteborg). Infatti ben presto, già nel gennaio 1950 viene richiamato a Stoccolma: “ vengo a voi- scrive in un suo primo saluto epistolare- emigrato tra gli emigrati…il mio programma è annunciare Cristo nella concordia e nella fraternità: sono già troppe le divisioni”. In effetti resterà a Göteborg per il l’intero 1950 e si insedierà a Stoccolma nel gennaio del 1951. In questo modo egli diviene il primo missionario italiano nella capitale svedese, curando comunque al tempo stesso, oltre ai dintorni della capitale, anche la comunità italiana di Västeras già seguita da don Piero Tagliaferri, che era stato inviato a Göteborg a succedergli.

Don Damiani anche a Stoccolma, come ed anche più che a Goeteborg, svolge instancabile ed intelligente attività: visita alle famiglie, relazioni con i Superiori religiosi, proposte di revisione o di aggiornamento di strutture pastorali ( il distacco della Svezia dalla Direzione delle Missioni del Belgi; costituzione di una “Delegazione Apostolica nel Nord Europa”, Svezia-Danimarca-Norvegia-Finlandia e Islanda); bollettino di informazione “La Voce d’Italia”; incontri di formazione (anche in svedese, lingua con la quale oramai riusciva ad esprimersi); catechismo ai fanciulli (“una fatica enorme”); lezioni all’Università di Stoccolma nella Sezione italiana; assistenza ai malati; assistenza sociale….Organizza un riuscito “grande bazar” (1951), un grande concerto vocale e strumentale (1952), una itineranza della “Madonna pellegrina” con il quadro della Madonna di Pompei benedetto dal S. Padre Pio XII… Ma anche in questa sede non vi resterà a lungo perché nel 1953 chiede di rientrare in patria.

Forse era un pò stanco fisicamente ed anche moralmente per le difficoltà incontrate, ma anche per le non poche delusioni. Infatti nella citata relazione del 1953 parla di “umiliazioni alle quali fui sottoposto appena arrivato da parte del clero locale, l’ultimo

arrivato….” E ricorda “gelosie suscitate dall’entusiasmo dei cattolici svedesi…”, “ della diffidenza, dei sospetti e talvolta anche minacce dei comunisti italiani”, di “soste mortificanti presso la direzione delle fabbriche”…Tutte situazioni già vissute a Göteborg e in buona parte continuate a Stoccolma.

P.Giulio MASIERO, OFMConv

Su pressioni di Roma, (S.Congregazione Concistoriale), la Provincia Patavina dei Frati Minori Conventuali destina nel 1953 due suoi Padri per la Svezia, uno per Göteborg (p. Giuseppe Visentin) e l’altro per Stoccolma (p. Giulio Masiero) .

Questi veniva da una esperienza associativa, la Milizia di Maria Immacolata, avviata dal Confratello San Massimliano Kolbe in Polonia, che tra l’altro p. Masiero aveva personalmente conosciuto. Anni 38, temperamento schietto, attivo, immediato nel parlare e ei gesti, a volte quasi brutale, spesso con un sigaro in bocca, di grande resistenza al lavoro e disponibilità al dialogo e all’accoglienza, un vulcano di iniziative…Un giornalista italiano in un suo articolo su Stoccolma lo definirà “il don Camillo della Svezia”.

A Stoccolma ufficialmente c’erano 460 italiani nel 1950 su 21.688 stranieri, ma nel 1960 erano già 1.258 su 31.400 stranieri. Nel 1968 p. Masiero annota di avere 1500 indirizzi ( il punto delicato e dolente è la situazione delle famiglie: nel 1956 egli nota 39 bimbi in Italia e 51 mariti forzatamente divisi per mancanza di alloggio ed inoltre la confusione tra sacerdote protestante e cattolico: 8 i battezzati da prete protestante, 40 gli sposati protestante o civilmente, 17 i conviventi su una popolazione di 1.263 italiani in Stoccolma). Il suo lavoro non si limitava alla città; raggiungeva bensì diverse località periferiche come Nacka e Gustavsberg.

Già con conoscenza buona della lingua tedesca (aveva studiato ad Innsbruck in Austria), p. Masiero si dedica con tenacia allo studio della lingua svedese. La imparerà tanto da poter scrivere per gli immigrati italiani una “Grammatica elementare della lingua svedese con letture, conversazioni e pronuncia figurata.”, Stoccolma , Hungh Howbokhandel (Libreria della Real Casa). I ed. 1962, II ed. 1965 s.i.p.

Organizza un doposcuola per i figli degli italiani di Stoccolma e di Nacka (7 Km. da Stoccolma), due corsi di lingua svedese, la pubblicazione nel settembre 1955 di un mensile, “Lavoro e Fede” (tiratura 2600 copie), avendo scartato l’ipotesi di unirsi al mensile di Germania, “La Squilla”.

Il suo temperamento ottimista, aperto, dialogante gli guadagna la simpatia di molti, anche svedesi, perfino tra il clero locale. Eppure dentro di sé porta una sofferenza grande, quella di notare che nonostante tutto, non si è veramente né pienamente accolti, si resta sempre ai margini. Ciò che vale anche per la sua gente. Specialmente allo scoppiare della crisi economica del 1967, quando dal 1° marzo di quell’anno viene bloccata ogni assunzione, libera o turistica. “Tutti gli stranieri si vedono oggi dei

“tollerati” mentre ieri erano ‘benvenutissimi’ (molte fabbriche devono la loro fortuna alla manodopera italiana importata fin dal lontano 1948-53 e 1958 (risposta ad un questionario venuto dall’UCEI, Roma, nel gennaio 1968).

Nella sua lettera di saluto agli italiani, l’11 settembre 1968, per il rientro in Italia scriveva: “ai primi di ottobre sarò a Roma per prendere possesso del mio nuovo campo di lavoro e, ad essere sinceri, mi sento onorato e orgoglioso di servire ancora la Chiesa proprio a Roma, centro della cristianità, e ad avere per Vescovo il Papa”. E confidava ad un confratello: “non pensavo mi fosse così facile lasciare la Svezia dopo 15 anni”.10

Per il suo nuovo lavoro nel 1968 si era parato della Parrocchia della Cecchignola ( e di questo lui scrive). Ma poi venne deciso altrimenti dai suoi Superiori che lo destinarono guardiano e parroco di S. Marco Evangelista, sempre in Roma. Dopo alcuni anni divenne delegato provinciale delle Missioni e della Milizia dell’Immacolata. Anche in questi compiti si distinse per dinamismo, inventiva ed operosità. Pubblicò diversi opuscoli per diffondere la devozione mariana e la figura di p. San M. Kolbe. Nel 1975 viene destinato a Vienna, in Austria, quale guardiano e rettore della Minoritenkirche, la chiesa della locale comunità italiana. Qui operò per 15 anni con grande fervore di iniziative e nuove forme di evangelizzazione. Sembrava una roccia di salute. Ma il 10 febbraio 1990, dopo avere celebrato a Padova i funerali della sorella e quando aveva già fissato tutto per il ritorno a Vienna, una improvvisa emorragia alle varici dello stomaco lo obbligano ad un ricovero in ospedale a Padova. Sopravvenute complicazioni ne hanno determinato la morte a 75 anni.

A questo punto merita una chiarificazione l’indilazionabile rientro dalla Svezia dei due padri Conventuali padovani, dal momento che nessuno ne aveva chiesto il rientro in patria poiché vi lavoravano con dedizione ed anche con il possibile successo. Il Superiore Generale dei Frati Minori Conventuali, p. Bommarco, ci teneva alla forma comunitaria della vita religiosa dei suoi frati.

Ed i due Padri in Svezia da 15 anni, rispettivamente p. Visentin a Göteborg e p. Masiero a Stoccolma, per la loro tipica attività pastorale di fatto “non dipendevano più dall’Ordine”, vivevano isolati e non in comunità.11 Perché avessero un qualche rapporto con una Comunità Francescana erano stati agganciati alla famiglia del Convento di Vienna, “esortandoli a riunirsi almeno qualche volta all’anno…ma era evidentemente una soluzione quasi formale” (ivi).

Il Capitolo del 1967 d’altra parte “non accolse l’offerta di una nuova parrocchia in Svezia” (ivi).

E così i due Padri vennero invitati a rientrare nel giro di un anno. E della decisione venne edotto il Direttore Generale dell’UCEI, p. Francesco Milini cs, perché provvedesse alla loro sostituzione.

p. Umberto CERUTTI msf

Il rientro di p.Masiero in Italia ha determinato il non facile problema di una successione nella MCI di Stoccolma. Nel frattempo la Scandinavia era ritornata pienamente e definitivamente unita alla Delegazione della Germania da cui era stata staccata per una autonomia organizzativa e pastorale anni addietro (cfr. nota n.5), ferma restando la partecipazione anche dei missionari della Scandinavia ai convegni annuali convocati dal Delegato di Germania con il suo Consiglio.

Alla ricerca di una successione si impegnarono quindi sia il Delegato di Germania di allora, mons. S. Ridolfi, sia il Direttore Generale UCEI a Roma, Mons. G . Bonicelli. Dopo pochi mesi venne fuori la disponibilità di un giovane colto sacerdote italiano (trilingue: italiano, tedesco, francese) di una Congregazione Svizzera (Missionari della Sacra Famiglia, msf ), p. Umberto Cerutti., che nell’autunno 1968 , dopo una breve sosta in Germania, raggiunse la sede di Stoccolma. Giovane di età e di sacerdozio (rispettivamente 31 e 4 anni), con una formazione moderna, si mette al lavoro cercando di non rompere con nessuno, ma deciso a modernizzare non poche cose. Già Suor Rosaria, una benemerita Suora italiana, aiutante di p. Masiero, non riesce a comprendersi bene con lui e rientra in Congregazione. Alcuni membri del Consiglio di Missione vengono sostituiti. Nel dicembre 1968, sentito il Consiglio di Missione, chiude l’esperienza del settimanale “Lavoro e Fede” per il suo costo economico ed apre a vantaggiosi abbonamenti a “Il Nostro Tempo “ di Torino e nel frattempo avvia un ciclostilato “La Settimana”.

Questi ed altri cambiamenti, fatti per altro informandone il Delegato di Francoforte (Germania) hanno avuto sapore di una certa fretta che ha un po’ sconcertato parte della tradizionale comunità italiana. Il giovane missionario comunque procedeva nel suo lavoro pastorale con crescente successo e gradimento. Se non che nel bel mezzo del 1969, forse per po’ di stanchezza, forse per qualche delusione, certamente per una intervenuta indisposizione fisica, p. Cerutti decide improvvisamente di rientrare in Congregazione, senza troppi saluti e tanto meno opportuni preavvisi. E nel bel mezzo dell’estate, con l’inizio delle ferie ferragostane, lascia la sede di Stoccolma, dopo aver affisso sulla porta della Missione un avviso: ”nei prossimi mesi verrà il nuovo missionario”.

In una sua lunga lettera, che è anche una relazione, del giugno 1969,12 scrive al Direttore Generale UCEI in Roma e al Delegato nazionale a Francoforte/Meno (Germania). “La situazione è cambiata e prevedo che cambierà di molto al ritorno dalle vacanze. Ho notato un tentativo di riunificazione degli organismi italiani, un mese fa, che indica la presa di coscienza dell’importanza del momento”. E poi aggiunge: “Spetterà al mio successore riconoscere con perspicacia l’occasione offerta dal momento per creare anche qui una vera comunità di fedeli. Le annuncio infatti con la presente la mia partenza prossima da Stoccolma per i primi di agosto”. “A Lei spetterà- conclude- il compito difficile di trovare l’uomo giusto per Stoccolma” (ivi).

12 Archivio della Delegazione di Germania a Francoforte/Meno

Ed in effetti non era facile trovare in questa situazione e nei tempi brevi un successore.

Il Delegato di Francoforte/M. (Germania ) si è affrettato di raggiungere Stoccolma per prendere contatti con la comunità italiana e con le Autorità religiose e italiane locali. E poi ha fatto approcci con un gesuita, impegnato in una Missione italiana di Svizzera e con frate minore francescano attivo in Germania, riscontrando apertura, ma non immediata disponibilità. E siccome la soluzione sembrava dilungarsi nel tempo, ha comunicato alla Chiesa locale ed alle Autorità italiane che nell’attesa si assumeva “direttamente la reggenza della sede, impegnandosi anche, salvo impedimenti di forza maggiore, di svolgere quelle iniziative usuali di questa collettività italiana….”(lettera del 17 novembre 1969).13

13 Archivio della Delegazione delle MCI di Germania e Scandinavia nella sede di Francoforte/M.

14 “Dove Dio sembra morto” è una sua testimonianza nella rivista UCEI “SERVIZIO MIGRANTI”, n. 1/71, pg.21 e ss.

“Viviamo in un ambiente dove Dio sembra morto. Ci raduniamo in un quartiere che gli ubriachi sembra abbiano scelto come loro quartiere generale. Ci troviamo insieme tipi più diversi….Unico scopo della nostra amicizia è unirci secondo il comando di Gesù….La Chiesa siamo noi ed è bella o brutta secondo quanto noi ci adeguiamo a Cristo..La Messa è tutto per noi…” cfr. anche nota n.7

15 Vito Antonio Lupo “Die Italienischen Katholischen Gemeinden in Deutschland”, LIT Verlag, Muenster 2005,

E conseguentemente a dicembre, essendo la sede ancora vacante, si è recato a Stoccolma rimanendovi per tutto il periodo natalizio e per gli inizi dell’anno nuovo.

Don Eraldo CARPANESE

Fortunatamente la vacanza fu breve perché il missionario italiano di Muehlacker (Germania), don Eraldo Carpanese (diocesi di Bobbio) accettò la proposta di spostarsi a Stoccolma, sede che raggiunse nel 1970.

La sua formazione sacerdotale era maturata in Seminario, ma poi si era evoluta con la spiritualità del “Movimento dei Focolari”, tra l’altro presente a Stoccolma come ramo femminile. Egli ha quindi progressivamente impostato la pastorale italiana nella MCI di Stoccolma in modo radicalmente nuovo, aiutato nel primo anno da un Confratello, pure focolarino, don Pierino Rogliardi (Torino). Essi lavorarono per creare specialmente per i giovani un ambiente aperto, familiare, molto fondato sull’amicizia, sviluppata anche nelle convivenze e nell’attenzione al servizio verso i fratelli, vicini e lontani. Don Eraldo nei suoi 18 anni di permanenza in Stoccolma ha effettivamente creato negli italiani un senso di vicendevole appartenenza come comunità e la ricerca di una presenza continua nella Chiesa locale.14

Il Gruppo giovanile che si era formato si articolava in cinque sotto gruppi specifici: gruppo giovani (30 persone) per approfondire la fede; gruppo coro e bambini (25 giovanissimi) per vivacizzare le feste, le Messe, gli incontri; gruppi sportivi (due squadre di “azzurri” con ca. 50 partecipanti); gruppo culturale (genitori e insegnanti) per seguire i fanciulli con corsi di lingua, di ripetizione ed altro. Il Vescovo di Stoccolma S. E. Mons. H. Brandenburg nel 1988 lo fece nominare “monsignore”.15

Ritenendo di avere ultimato il proprio impegno a Stoccolma don Eraldo rientra nel 1988 nella sua diocesi di Bobbio assumendovi un impegno parrocchiale. “Egli –scrive nel novembre 1989 il Delegato nazionale Mons.L. Petris- ha creato e lasciato una vivace comunità che però non è in grado a lungo di durare senza un sacerdote” (ivi, pg.425).

Recentemente, richiesto di una sua testimonianza sulla sua attività pastorale a Stoccolma, don Eraldo ha rilasciato diverse cartelle con diversi aspetti della comunità italiana: la statistica e la storia unitamente a quella della diocesi di Stoccolma; il metodo degli incontri domenicali raccontati da un giornalista svedese; la spiritualità che sosteneva il tutto (raccontata più con fatti che con riflessioni). Da questo ultimo capitoletto (“ Diventare insieme Gesù”) riporto la conclusione:

“desideriamo terminare con le parole dello scienziato Piero Pasolini che in un incontro a Roma diceva più o meno così: se vogliamo continuare ad esistere, dobbiamo diventare insieme Gesù. Diventare questa realtà in cui, pur rimanendo noi stessi, non siamo più noi, ma questa nuova realtà che si chiama Gesù. Come l’idrogeno e l’ossigeno pur rimanendo se stessi, diventano acqua. Questo è il principio fondamentale dell’evoluzione”.16

Don Efrem GOBBO

E purtroppo la comunità è rimasta due anni senza sacerdote. Finchè nel gennaio 1990 le si offre una nuova opportunità con la venuta di don Efrem Gobbo (diocesi di Vicenza).

Il quale inizia con zelo e successo la sua attività.

Ma poi si ammala ed è costretto a rientrare in diocesi, 1992.

Don Luciano EPIS

Per fortuna dopo sei mesi un sacerdote bergamasco, don Luciano Epis, si dichiara disponibile per quella MCI. E raggiunge Stoccolma nel 1993.

Dopo alcune iniziali difficoltà egli svolge un’attività instancabile e intelligente con grande soddisfazione di tutti, sia delle Autorità religiose locali (“ è stato uno stimato ed amato sacerdote”) sia di quelle italiane ( l’Ambasciatore Quaroni lo ha elogiato “per la sua dedizione, la linearità della guida e l’impegno per l’assistenza alla Comunità italiana in Stoccolma, nonché per la sua cordialità e il positivo rapporto con le Autorità”)17.

Dopo 18 anni nell’ottobre 2001 rientra in diocesi .

Don Jerzy KRÓL

Non era facile trovare un successore,anche perché le diocesi italiane cominciavano ad avere scarsità di clero per le proprie necessità. E così è venuta opportuna la disponibilità di un sacerdote polacco che conosceva la lingua italiana, don Josef Kròl. Egli opera dal 2002 al 2005.

Gli italiani sono attualmente ca, quattromila. Una comunità comunque non formata più solamente né principalmente da operai, bensì ed in continuo aumento da studenti, diplomati (ingegneri, medici…) che di per sé chiedevano una specifica assistenza italiana. Sia il Vescovo Mgr. Anders Arborelius OCD, sia il Delegato nazionale p. Parolin Gaetano cs ne erano convinti, ma, come detto, non si trovavano più sacerdoti italiani allo scopo.

Mons. Furio CESARE

Attualmente opera a Stoccolma, Mons. Furio CESARE, un sacerdote italiano di Albavilla (Como) trasferitosi a Malmö (Svezia) con la famiglia in età di 11 anni, ordinato sacerdote per la diocesi di Stoccolma il 15 agosto 1987.

Qui ha ricevuto la sua educazione scolastica e in Italia la sua formazione filosofica e teologica. Specializzato in Teologia del Matrimonio e della Famiglia presso la Pont. Università Lateranense a Roma ed in Diritto Canonico presso la Pont. Università della Santa Croce, Roma, dopo 16 anni di permanenza a Roma come Rettore del Collegio Svedese, è stasto nominato il 1 ottobre 2010 Vicario Giudiziale della Diocesi di Stoccolma e Rettore della Missione Cattolica Italiana, a Stoccolma. Incardinato nella diocesi di Stoccolma , gode della fiducia del suo Vescovo e del consenso della comunità italiana.

ALCUNE CONSIDERAZIONI FINALI

1. E’ facile notare come i primi inizi della pastorale etnica italiana in Svezia ( e si

può dire in Scandinavia) abbiano richiesto a quei missionari grossi sacrifici di adattabilità e di apertura mentale e religiosa. E ciò è avvenuto per una lodevole tenacia sacerdotale che proveniva da un maturo senso del dovere e da una indubbia volontà di servire la Chiesa e il Regno con questa evangelizzazione.

Ne è una cartina al tornasole la condizione economica ed alloggiativa, sempre vissute all’ insegna della precarietà. La Svezia era un paese finanziariamente prospero, non la Chiesa Cattolica in Svezia. Che tra l’altro stentava ad essere accettata e riconosciuta. Ma quei sacerdoti facevano fatica a sbarcare il lunario con il modesto contributo da Roma, S. Congregazione Concistoriale, e con qualche sporadico sostegno dalla Chiesa locale. Eppure non si sono scoraggiati, tanto meno hanno rinunziato, ma si sono dati da fare a creare un sistema di sostegno rivolgendosi agli stessi italiani e ad amici in Italia o hanno lavorato in fabbrica. La situazione è migliorata quando la Svezia venne

unita alla Germania (non subito, ma dal 1960 in poi e sempre in crescendo) perché i missionari italiani di questa nazione si sono autotassati per dare ai confratelli di Svezia un regolare sostegno economico per le loro attività.

2. La Chiesa Cattolica in Svezia ha avuto pure un difficile cammino a causa della

antica e perdurante ostilità protestante contro Roma e il Papa: lo si nota anche dal suo riconoscimento giuridico avvenuto soltanto nel 2000, ma anche nella mancanza di mezzi finanziari che, quando venivano, non erano dalla Svezia, ma dai cattolici tedeschi o americani.

Inoltre la Chiesa Cattolica in Svezia era prevalentemente formata da gruppi stranieri (immigrati per ragioni politiche ( ad es. polacchi e ungheresi) o economiche ( come croati, spagnoli, italiani). Anche il clero era, ed è tuttora, in massima parte di altra nazionalità o almeno origine ( tedeschi, polacchi, spagnoli…). Ciononostante in mezzo secolo con impegno encomiabile e sforzi pazienti e fiduciosi è riuscita in buona parte a rimuovere la un tempo impenetrabile diffidenza verso il cattolicesimo, anche facendo molte opere caritative o sociali (asili, ospedali,case di ritrovo ecc.) .

Forse anche per questo verso i cattolici immigrati ha avuto una grande fretta a chiedere loro una appartenenza alle comunità locali che passava attraverso la svedizzazione. Forse pesava la convinzione comune svedese che la Chiesa Cattolica era “la Chiesa degli stranieri” e quindi “la Chiesa dei poveri” (che chiedevano alla Svezia un riscatto civile). Ma questo avrebbe dovuto essere un valore, pensando anche alla Chiesa dei primi tempi, formata da schiavi, da poveracci, da nullatenenti (cfr. San Paolo 1 Cr 1,26)

3. Era questa un pò l’angustia dei missionari italiani manifestata apertamente nel

Convegno dei Direttori di Europa (Desenzano del Garda, 13-15 febbraio 1968). “Si sta perdendo de facto la prima e seconda generazione…tutto sotto lo specioso pretesto che ‘si devono ambientare’, che devono vivere da ‘cattolici svedesi’, quando questi svedesi sono solo il 20 % e composto da protestanti” (denuncia del responsabile della Svezia).

Per cui ,sempre in quel Convegno, tra i desiderata p.Masiero scrive: “ sensibilizzare un po’ i Vescovi affinchè essi sensibilizzino il clero…I quattro quinti dei cattolici di quassù sono stranieri ed è doloroso e deprimente, dopo tanti sforzi e tante iniziative, sembrar di avere lavorato non per la Chiesa Cattolica, ma per una qualche sétta religiosa legata a Roma”.

4. Una situazione quindi anche religiosamente difficile, il campo di lavoro di questi

sacerdoti. Tra una Chiesa luterana “sorta come antiromanesimo e che ha accettato l’abbraccio dello stato nazionale, creando l’equivoco proprio di ogni religione di stato, della confusione ossia dei ruoli ed inoltre svuotandosi come religione.

E una Chiesa Cattolica, stimata come una Chiesa dei paesi in via di sviluppo, come quella anzi che vive della e nella povertà dei suoi membri, sulla e per la ignoranza altrui (in contrasto con le “ricchezze del Vaticano” e nella amplificazione di eventuali scandali morali od economici del clero cattolico)” (ivi)

Grazie a Dio, di passi in avanti se ne sono fatti e altri se ne faranno. Ma ieri quella era la situazione in cui si trovavano questi sacerdoti nelle terre del nord.

5. Sembra ormai chiuso il capitolo delle “Missioni Cattoliche Italiane” in Svezia per

i motivi già ricordati. I tempi hanno una loro importanza (i famosi “segni dei tempi”) e segnano il cammino del Regno di Dio nella storia umana. La Chiesa italiana non è più in grado di inviare sacerdoti allo scopo

Ma restano le comunità di fedeli “italiani”, quei “cattolici” che hanno ricevuto insegnamento, assistenza ed incoraggiamento dal sopra ricordato stuolo di missionari italiani.

Ora è il momento di un serio “impegno cristiano laicale” che sappia vivere in pienezza ed originalità la propria fede cristiana nella Chiesa locale. E’ quindi il momento di un ”laicato spiritualmente ed ecclesialmente maturo” che sappia fare sintesi fruttuosa ed efficace della esperienza originale e della vitalità locale.


¹ Ha anche pubblicato una Grammatica olandese: “Grammatica teorico-patica della lingua olandese epr gli italiani”, ed. G.Rumor, Vicenza ,1962

² Cfr. Vedasi un profilo di don P. T. in G.Bonicelli, “Nella vigna del Signore. Arcipreti e sacerdoti della Plebania di Valle di Scalve”, ed. Marcianopress, Venezia 2007, pg. 273 3 ss.

³ Archivio Diocesano di Udine, cartella 1948, doc. n.71. L?Archivio Diocesano conserva una ampia e ben conservata documentazione su scritti,relazioni, corrispondenza di don Damiani dal…… al…….

4 Archivio citato presso l’Arcidiocesi di Udine: “L’opera da me svolta”, cartella 1953, pg.129 ess.

5 Le MCI di Scandinavia dopo la seconda guerra mondiale vennero unite alla Direzione del Belgio. Ma nel 1955 vennero staccate ed unite alla Germania (Direttore mons. A. Casadei). Nel 1957 divennero una vice-direzione (con p. G. Masiero ofm conv) ad experimentum per tre anni. Una situazione che si è poi protratta fino al 1967.

6 Relazione di p. G. Masiero presso Archivio della Delegazione delle MCI di Germania e Scandinavia a Francoforte/Meno (Germania)

7 In una sua testimonianza in SERVIZIO MIGRANTI n.7-8/71,pg.33 e ss. “Evangelizzazione e comunione nella Chiesa locale” scriveva: “Dio non c’è più, ha scritto il mio collega (ndr. don E. Carpanese, missionario a Stoccolma)..Noi sette preti qui a Goeteborg abbiamo da annoiarci per aspettare quei due battesimi e matrimoni

da celebrare in lingua propria mentre ne basta uno solo con i mezzi di trasporto che ci sono. Dobbiamo andare noi da loro….”

8 Relazione a Roma nell’Archivio Migrantes

9 Cfr. SERVIZIO MIGRANTI, bimestrale della Migrantes,n. 2/2011

10 Ne fa un grande elogio il Vescovo di Stoccolma Mons. Taylor (giunto in quella sede il 101.101968:”Sono meravigliato del lavoro che ha saputo fare e della sua dedizione…ha svolto con zelo il suo ministero sacerdotale in un ambiente non certo facile” ( lettera del 15.10.1968)

11 Cfr. Antonino Poppi, “Storia della Provincia Patavina di Sant’Antonio dei Frati Minori Conventuali, 1904-2007 e 1952-1979”, Padova, Centro Studi Antoniani, 2008,pg.155

12 Archivio della Delegazione di Germania a Francoforte/Meno

13 Archivio della Delegazione delle MCI di Germania e Scandinavia nella sede di Francoforte/M.

14 “Dove Dio sembra morto” è una sua testimonianza nella rivista UCEI “SERVIZIO MIGRANTI”, n. 1/71, pg.21 e ss.

“Viviamo in un ambiente dove Dio sembra morto. Ci raduniamo in un quartiere che gli ubriachi sembra abbiano scelto come loro quartiere generale. Ci troviamo insieme tipi più diversi….Unico scopo della nostra amicizia è unirci secondo il comando di Gesù….La Chiesa siamo noi ed è bella o brutta secondo quanto noi ci adeguiamo a Cristo..La Messa è tutto per noi…” cfr. anche nota n.7

15 Vito Antonio Lupo “Die Italienischen Katholischen Gemeinden in Deutschland”, LIT Verlag, Muenster 2005,  pg. 424 .Questo libro di 596 pagg. è una tesi di dottorato in teologia cattolica che raccoglie la esperienza delle MCI di Germania e Scandinavia dal 1950 al 2000.

16 Cfr. SERVIZIO MIGRANTI , bimestrale della Migrantes, n. 2/2011

17 Vito Antonio Lupo op. cit. pg. 425