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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A)

  • On 30 augusti, 2020

LETTURE: Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Nell’arco del mio ministero sacerdotale, in più occasioni, mi è capitato di interrogarmi sul senso della sofferenza. Leggendo il vangelo, confrontandomi con le parole di Gesù ma soprattutto con i gesti e i miracoli da lui compiuti, ho cercato di intuire qualcosa del pensiero e del sentire di Dio su questo tema che ritengo di capitale importanza per una corretta comprensione della storia della salvezza e del sacrificio di Cristo.

Tante volte, poi, sono stato interrogato dai miei parrocchiani sul senso di alcuni eventi dolorosi e tragici che accompagnano la vita e la storia e, insieme con loro, abbiamo cercato di metterci in ascolto della Parola di Dio per trovare in essa quella luce che permette di vedere anche quando le tenebre scendono nel cuore, lasciandoci smarriti ed attoniti.                       In particolare, andando a fare le condoglianze ad una amica che aveva appena perso il papà dopo una lunga malattia, mi sono lasciato mettere in discussione dalla domanda che mi faceva: “Perché bisogna soffrire quando la medicina, sempre nel rispetto della vita e della dignità dell’essere umano, può alleviare, se non addirittura rimuovere il dolore?”. E mi raccontava la sua esperienza di vicinanza al papà malato di tumore, di come in un primo ospedale dove era stato ricoverato da parte dei medici non venisse offerto alcun rimedio o sollievo alle sofferenze e ai dolori che il papà si trovava a dover sopportare. Per quei medici era “normale” che il padre soffrisse. Con stupore e senso profondo di domanda, mi raccontava come in un secondo ospedale, invece, il padre era stato accompagnato e seguito attraverso una terapia per il dolore.

E ci dicevamo che nella mentalità di molti – ed io qui credo che non poco abbia influito una errata lettura del Vangelo (pensiamo a quello che abbiamo appena ora ascoltato) – la sofferenza è considerata un fatto naturale.

San Paolo, nella Lettera ai Romani (cap. 8), ci ricorda che: “la creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo voler, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di esserelei pure liberata dalla schiavitù della corruzione…”. Questa liberazione dalla schiavitù della corruzione, del male e della sofferenza, mi sembra abbia non poco caratterizzato la vita, gli incontri e i miracoli compiuti da Gesù.

Nonostante ciò una certa cultura, tante volte di stampo cattolico, sostiene che la sofferenza sia un fatto normale, e se ci fate caso questa cultura è così diffusa che siamo anche riusciti a coniare una sorta di massima che così recita: “Siamo nati per soffrire– e qualcuno aggiunge – e ci stiamo riuscendo benissimo!”.

Proviamo a scavare dentro questa mentalità e cerchiamo di capire da dove nasce. Quando eravamo bambini non ci hanno forse invitato a fare tanti “fioretti”, tante piccole o grandi rinunce dicendoci che il sacrificio, la sofferenza offerta a Dio è a Lui gradita? Perché quando ci hanno raccontato la storia di tanti santi e sante non si sono preoccupati di raccontarci il loro amore per Dio, per la Sua Parola, il loro amore per il prossimo, e invece ce li hanno additati per le penitenze, i digiuni e le sofferenze che hanno sopportato? Riguardo il digiuno e le penitenze così parla il Signore per bocca del profeta Isaia: “Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui…Non è piuttostoquesto il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique,togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo… allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferità si rimarginerà presto” (58, 4-8). Forse è proprio vero solo la carità, l’amore, rimargina le ferite e allevia le sofferenze!

E ancora una volta dico: nonostante ciò, nonostante la chiarezza di questa parola… e di tante altre, tra noi si è diffusa una cultura in cui il dolore viene dato come normale, addirittura come qualcosa di salvifico, di gradito al Signore. Ed effettivamente, leggendo il vangelo di oggi, Gesù stesso parla di croce, di sofferenza, di morte, e addirittura riprende duramente Pietro che bonariamente e – immagino – in un impeto di amicizia e di affetto verso il suo Maestro e Signore, dinanzi l’annuncio della sua Passione, è pronto a prendere le sue difese, a chiedere che il Padre “lo scampi”.

Ma se leggiamo i vangeli fino in fondo scopriamo che ciò che ci salva non è la sofferenza di Cristo ma il suo amore senza limiti, il suo amore senza fine: “Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1). L’amore di Dio per noi in Gesù Cristo è un amore che non si ferma dinanzi a nulla, neanche davanti la croce. 

Come scriveva don Tonino Bello “morire = infinito del verbo amare!”,; amare all’infinito, amare senza risparmiarsi può significare (come ci ricordava Gesù nel vangelo di oggi) perdere la propria vita, lasciarsi consumare, bruciare dall’amore.

Non credo di sbagliarmi nel dire che è questo ciò che la vita di Cristo ci racconta, perché se leggo il vangelo rimango stupito di come Gesù abbia ascoltato e – notate bene – guarito e sanato le sofferenze e le infermità che ha incontrato, ma ancor più rimango stupito del fatto che incontrando i malati, 

Gesù non abbia predicato mai rassegnazione, non abbia mai avuto atteggiamenti fatalistici, né tantomeno abbia mai affermato che la sofferenza avvicini maggiormente a Dio: e questo perché Gesù sa che non la sofferenza, ma l’amore salva!

La Scrittura, la vita e le parole di Gesù mi fanno credere che la sofferenza non è affatto gradita a Dio e non è affatto una cosa da accettare passivamente. L’uomo – come ha fatto Gesù – ha il dovere di combatterla e di alleviarla. “Portare la croce” – come oggi il Signore ci chiede – credo sia tutt’altra cosa!
Porta la croce colui/e che, nonostante le ingiustizie sociali, lotta e crede nel valore della giustizia…

Porta la croce quella famiglia che, nonostante la precarietà e l’insicurezza che il futuro prospetta, si apre al valore della vita e si impegna nel trasmettere valori e ideali “alti” e “altri” da quelli che i luoghi comuni e la moda del momento cercano di propagare…

Portano la croce tutti quegli uomini e quelle donne di buona volontà che, nonostante l’odio e la violenza che lacera le loro terre, credono nel valore della pace e della concordia…

Porta la croce colui/e che nello straniero non vede un nemico da cui difendersi ma un fratello da accogliere ed amare.

Se guardo a Gesù mi accorgo che Lui porta la croce perché il suo cuore si lascia raggiungere e ferire dalla sofferenza in cui l’umanità è caduta a motivo del peccato e dell’essersi allontanata dal rapporto con Dio Padre. La Sua croce mi parla di vita e non di morte, infatti, se leggo gli annunci della Passione mi accorgo che tutti si concludono con queste parole: “… e il terzo giorno risusciterà!“.

È questa l’opera di Dio, dove l’uomo vede solo sofferenza e dolore, Dio invita ad intravedere, attraverso l’amore, quella pienezza di vita a cui siamo chiamati perché sua immagine e somiglianza

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