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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

  • On 7 november, 2021

Introduzione

Essere qui, in questa chiesa, questa mattina significa metterci sotto lo sguardo di Gesù. Questo sguardo penetra al di là delle apparenze. Gesù non guarda il volto, ma il cuore, egli non presta attenzione ai nostri abiti o atteggiamenti. O meglio: attraverso tutto questo, egli vede la realtà di ciò che siamo e di ciò che portiamo a Dio. Egli ci invita tutti a offrirci in lui con tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che amiamo, anche con le nostre colpe, perché esse devono renderci più umili.

Annunciare la Parola

Leggo e rileggo questo brano di Vangelo. Mi stupisce l’attualità disarmante della Parola di Gesù. Lascio la Bibbia aperta sulla scrivania, faccio due passi per casa. Ci penso e ci ripenso: sì, quegli scribi sono ancora in mezzo a noi. Anzi, stanno dentro di noi. E la vedova che dona tutto? Sì, c’è pure quella. Ma oggi, come al tempo di Gesù, non fa notizia, non cerca la ribalta. Ci vogliano i Suoi occhi per riconoscerla.

Il brano di Vangelo ci presenta questi due quadri contrapposti che il Rabbì di Nazareth commenta ai suoi discepoli. Da una parte ci sono gli scribi e i ricchi che fanno visita al tempio. Sono il simbolo dell’esibizionismo del sacro e dell’idolatria dell’apparire. Nel cortile del tempio, nel quale avevano accesso anche le donne, erano allineate tredici ceste per le offerte e i sacerdoti erano incaricati di valutare le offerte e di dichiararne ad alta voce la quantità. Niente di più allettante per chi si nutre di protagonismo, servendosi di tutto e tutti – pure di Dio – per apparire ed ostentare la propria devozione.

 Ai tempi di Gesù, come oggi, queste sono le storture più pericolose per l’uomo religioso che non serve Dio e i fratelli, ma si serve di loro.

Le nostre comunità devono avere il coraggio di smascherare queste ipocrisie, di sottoporre senza paura ad una radiografia seria e serena le proprie scelte e le proprie priorità. Ciascuno di noi, chiamato ad essere discepolo libero e coraggioso del Risorto, deve sterminare il fariseismo che lo abita.

 Dall’altra parte c’è la vedova. Mi colpisce quello che Gesù fa notare ai suoi discepoli osservando il gesto della donna: non lascia il superfluo, ma quanto aveva per vivere.

Lei è vedova e povera, eppure dona tutto. La sua condizione sociale la espone alla povertà, all’assenza di tutela giuridica, eppure lei non tiene da parte nulla, non si assicura qualcosa per il futuro. Il suo dono è radicale. Si affida totalmente a Dio.

Interessante è notare che una delle condanne più dure che Gesù annuncia nel Vangelo si trova in questo brano. Strano, non vi pare?

Non siamo per le strade di qualche periferia malfamata, ma nel santo tempio di Gerusalemme e l’accusa di Gesù è a carico della casta religiosa del tempo: “Essi – cioè gli scribi – riceveranno una condanna più severa” (v.40).

Loro volevano mettersi in cattedra, abbindolare la folla con simulazioni di lunghe preghiere e pretendere posti d’onore per riempirsi lo stomaco, ma Gesù è di tutt’altro parere: in cattedra ci deve salire la povera vedova.

E’ lei il modello del discepolo libero e coraggioso che si mette nella mani di Dio.

E’ lei l’immagine della comunità che ha la sua ricchezza nella povertà di chi affida tutto nella mani di Dio, unico vero tesoro.

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