XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C)
- On 23 november, 2025
N.S. GESÚ CRISO RE DELL’UNIVERSO
La solennità odierna fu istituita da Pio XI nel 1925; mentre si formavano in Europa le grandi dittature, questa celebrazione ebbe il compito di affermare l’unicità e la singolarità della regalità di Cristo, il “solo” Re giusto. La solennità venne fissata l’ultima Domenica di Ottobre, Dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, la solennità portò il titolo di “Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo” e fu spostata all’ultima Domenica dell’Anno liturgico. Così essa è più saldamente collocata in quel contesto escatologico che già da sempre era proprio dell’ultima Domenica dell’Anno liturgico. Ora può essere più chiaro che il Signore e Re glorificato è in generale non solo il punto cui mira l’Anno liturgico, ma il nostro pellegrinaggio terreno, «lo stesso ieri e oggi e sempre»
Un re bislacco
Peggio: la regalità di Gesù è una regalità che contraddice la nostra visione di Dio. Perché questo Dio è più sconfitto di tutti gli sconfitti, fragile più di ogni fragilità. Un Re senza trono e senza scettro, appeso nudo ad una croce, un Re che necessita di un cartello per essere identificato.
Ecco: questo è il nostro Dio, un Dio sconfitto. Non un Dio trionfante, non un Dio onnipotente, ma un Dio osteso, mostrato, sfigurato, piagato, arreso, sconfitto.
Una sconfitta che, per Lui, è un evidente gesto d’amore, un impressionante dono di sé. Un Dio sconfitto per amore, un Dio che – inaspettatamente – manifesta la sua grandezza nell’amore e nel perdono. Dio – lui sì – si mette in gioco, si scopre, si svela, si consegna.
Dio non è nascosto, misterioso: è evidente, provocatoriamente evidente; appeso ad una croce, apparentemente sconfitto, gioca il tutto per tutto per piegare la durezza dell’uomo. Gesù è venuto a dire Dio, a raccontarlo. Lui, figlio del Padre ci dona e ci dice veramente chi è Dio.
E l’uomo replica. “No, grazie”.
Forse preferiamo un Dio un po’ severo e scostante, sommo egoista bastante a se stesso, potente da convincere e da tenere buono.
Forse l’idea pagana di Dio che ci facciamo ci soddisfa maggiormente perché ci assomiglia di più, non ci costringe a conversione, ci chiede superstizione; non piega i nostri affetti, solo li solletica.
Che Re, sbilenco, amici.
Un Re che indica un altro modo di vivere, che contraddice il nostro “salvare noi stessi” per salvare gli altri o – meglio – per lasciarci salvare da Lui.
Siamo onesti, amici: lo vogliamo davvero un Dio così? Un Dio debole che sta dalla parte dei deboli?
È questo, davvero, il Dio che vorremmo? Di quale Dio vogliamo essere discepoli? Di quale Re vogliamo essere sudditi?
Non date risposte affrettate, per favore, altrimenti ci tocca convertirci.
