II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C)
- On 19 januari, 2025
La fede di Maria spinge Gesù a “manifestarsi”. I discepoli credono in Gesù. In certo modo essi attingono alla fede di Maria. Non è questo anche oggi il compito della Chiesa, il compito di ogni cristiano: comunicare la fede? L’umanità anche oggi è in condizione d’esilio: guerre, ingiustizie… Da dove verrà la salvezza? Dall’impegno umano, che è necessario, o dall’alleanza con Dio?
L’Eucaristia, che ci apprestiamo a celebrare nella fede, è la festa delle nozze di Dio con l’umanità. Nella gioia della Pasqua settimanale, che ci riunisce in questo convito nuziale, disponiamo con fede ed umiltà i nostri cuori ad accogliere il Signore Gesù nella nostra vita, lasciandoci guidare dalla Vergine Maria: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela»!
Passato l’Avvento e alle nostre spalle ormai anche il Natale, questa domenica ci rimette dopo un bel po’ nel Tempo Ordinario… in quel normalissimo e non stra-ordinario tempo liturgico che attraversa la normalità dei nostri giorni.
Il Vangelo di questa II domenica inizia con un bel «In quel tempo…», e sembra di trovarsi di fronte a un fantastico «C’era una volta…». Io però vi propongo di prendere le distanze da questo modo di iniziare le storie. Recuperiamo invece l’attacco che l’evangelista usa.
Nella Bibbia non si dice «In quel tempo…», ma «Il terzo giorno…». Vi starete chiedendo “il terzo giorno” rispetto a cosa? Il capitolo precedente (il 1° del Vangelo di Giovanni) si conclude con la narrazione dell’incontro tra Gesù e Natanaele. Ma il Vangelo, lo sappiamo, non è un diario di bordo e quel «terzo giorno» non sono tre giorni dopo quell’incontro.
Giovanni ci dice che gli eventi di Cana sono eventi da «terzo giorno»… e se il terzo giorno per l’evangelista è il giorno nuovo, il giorno della risurrezione, del sepolcro vuoto… se è il nuovo giorno, allora gli eventi di Cana sono esattamente ciò che accade quando nella nostra vita c’è il Risorto, e con lui lo Spirito.
«Vi fu una festa di nozze»… e pensate a quanta memoria vibra nel cuore dell’evangelista quando dà voce a queste parole: vi fu una cena straordinaria, vi fu una consegna piena di amore e dono, vi fu una storia di riscatto e salvezza, vi furono promesse di riconciliazione tra Dio e il suo popolo che attraversarono i tempi, vi fu l’atteso che finalmente distribuiva vita, pane, salute, luce, perdono. E fu gioia, speranza, entusiasmo. Sì, a tratti anche incomprensione, dubbio. Ma poi c’era lui con le sue risposte, lui con i suoi gesti. Semplicemente lui.
Poi il vino finì. La gioia finì. La festa finì. E fu notte, paura, disorientamento. Sì, la madre di Gesù c’era, ma il vino no, la speranza no, la gioia no, il futuro no.
Quanto è intenso Giovanni! Quanta memoria in un solo versetto!
Se solo ci fermassimo ad ascoltare quanta vita gli scorre dentro… Non permettiamo alla velocità di falciare la profondità della Parola, di sbarrare le vie che potrebbe aprire per noi!
Ritorniamo a Giovanni e al suo Vangelo, ritorniamo a Cana, e ritorniamo anche a noi. Prima di andare al miracolo, fermiamoci su quei primi versetti e portiamoli nella nostra vita. Cana è anche qui, ora, nel tempo che viviamo, negli spazi che occupiamo. Che fine ha fatto il vino? Che fine ha fatto la gioia, la speranza, l’entusiasmo, la determinazione, la resilienza? Che fine ha fatto ciò che permette a gioia, speranza, entusiasmo, determinazione, resilienza di dare spessore alla nostra vita?
Siamo cristiani e, sì, il vino dovrebbe essere la nostra fiducia certa nel Risorto, la nostra resa al suo amore, la nostra voglia di appartenergli, la nostra più sincera determinazione a fare delle sue vie le nostre vie.
Ma anche in noi il vino spesso finisce. Lo consumiamo senza accorgercene, lo diamo per scontato, o permettiamo ad altro, ad altri, ad altre, a noi stessi di prosciugarlo letteralmente: relazioni tossiche, aggressività, depressione, disfattismo, individualismo, autoreferenzialità, pessimismo, egocentrismo… e un Dio (con i suoi progetti sul futuro e per l’umanità) messo alla porta.
Ecco oggi, prima di procedere, prima di farci bastare – come fosse un amarcord – Cana, le sei anfore e quegli sposi (beati loro) destinatari di un miracolo riuscito, fermiamoci e lasciamoci portare da questi primissimi versetti nel cuore e, forse, nel buio della nostra vita: che cosa ci sta bloccando dal chiedere, anzi no, dal credere nel vino?
Dal credere che non finirà… Dal credere che si rinnoverà… Dal credere che non c’è vuoto che tenga?
Siamo e continueremo a essere nel terzo giorno, il giorno della risurrezione, il tempo nuovo dello Spirito che non tramonta.
E quel vino, non siamo noi e i nostri sforzi, ma è lo stesso Spirito del Risorto che può ogni giorno riconsegnarci alla vita, riempiendo le nostre anfore screpolate.
Nel 2025 ricorre l’anniversario della formulazione del Credo di Nicea (325), millesettecento anni. Le nostre Chiese riconoscono nelle sue formulazioni una compiuta espressione della fede cristiana che tutte condividono. Questo ci ricorda che a monte delle nostre storie, diverse e spesso divise, delle nostre diverse prospettive, c’è la stessa vocazione da parte dell’unico Signore Gesù Cristo, che tutti chiama all’obbedienza della fede. La comunione che viviamo, il dialogo che promuoviamo e l’unità che cerchiamo non sono dunque basate sui nostri buoni propositi, ma sulla comune chiamata a ricevere e testimoniare l’amore di Dio in Cristo.
Al centro della Settimana di quest’anno c’è la domanda che Gesù rivolge a Marta nel racconto della resurrezione di Lazzaro: “Credi tu questo?” (Giovanni 11,26). Riceveremo anche noi, insieme, questa domanda, la stessa per tutti e posta dall’unico Signore, e saremo chiamati insieme a riflettere sulla nostra fede, sulla nostra testimonianza e sul nostro servizio, e a rispondere, ognuno e tutti.
Disponiamoci dunque a condividere la gratitudine per la vocazione che abbiamo ricevuto e a rispondere alla domanda di Gesù a Marta, chiedendo allo Spirito di allargare i nostri cuori, di aprire le nostre menti, di orientare i nostri passi e di farci vivere la realtà della fraternità che supera le nostre storie particolari. Che il nostro incontrarci provenendo da strade diverse possa anche essere una testimonianza in tempi sempre più conflittuali.
