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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

  • On 4 juli, 2021

LETTURE: Ez 2,2-5; Sal 122; 2 Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

L’annuncio e la testimonianza della fede possono correre il rischio dell’insuccesso. È il grande paradosso dell’esperienza cristiana: sia­mo chiamati ad annunciare la forza della presenza di Dio attraverso la nostra debolezza. Il cristiano non è un essere perfetto e non può neppure pretendere di presentarsi agli altri come migliore di loro. Può soltanto mo­strare con la sua vita che tutto è grazia. Chi sceglie di seguire Cristo può solo interrogarsi di con­tinuo sulla sincerità della sua adesione a Lui e sul progetto di vita che ne consegue, con piena fiducia nella misericordia di Dio.

Cari fratelli e sorelle, oggi vorrei parlarvi della fragilità. Ne parla abbondantemente la Parola di oggi: nella prima lettura Ezechiele viene inviato da Dio, nonostante la sua fragilità, ad annunciare la Parola. Così Paolo, riflettendo sulla sua storia, si accorge che la sua fragilità ha permesso alla Parola di essere più credibile, infine Gesù, nel vangelo, viene ostacolato nell’annuncio dall’incredulità dei suoi concittadini che lo conoscono fin troppo bene per dargli retta. Vorrei parlarvi della fragilità, quindi. Della fragilità degli uomini di fede e dei nuovi profeti che sono gli uomini di chiesa. So bene che si tratta di un discorso spinoso, eppure me lo trovo continuamente dinanzi, come una barriera, come una specie di dito puntato, come muro che blocca l’avanzata del percorso di fede, la ragione fondamentale della fatica di molti amici che non si avvicinano alla fede a causa della fragilità dei cristiani. Una fragilità reale, documentata, un’infedeltà fin troppo evidente nel corso della storia, e tutti sappiamo – alle volte più per stereotipo che per oggettiva e documentata conoscenza – degli errori commessi da Papi, Vescovi e semplici cristiani.

Il ragionamento è semplice, disarmante: gli uomini di fede, spesse volte, non danno una gran testimonianza di coerenza nella loro vita: non nella preghiera, non nella tolleranza, non nella vita evangelica. Quindi, si conclude, il vangelo è una montatura e chi ne parla un presuntuoso in malafede, magari pure moralista. Il ragionamento non fa una grinza, specie in questo tempo di schizzoide in cui si esige dagli altri un’integra rettitudine morale salvo essere pronti a giustificare sempre se stessi davanti ai piccoli compromessi e alle piccole ruberie quotidiane. E’ un ragionamento giusto, ma lontano dal vangelo anni luce, perché non tiene conto della natura degli uomini e della natura di Dio, perché proietta sugli altri le nostre frustrazioni.

A questo puntoi vi annuncio solennemente una verità che potrà sconvolgervi: i cristiani non sono perfetti e forse neanche più buoni degli altri e forse nemmeno tanto coerenti.

Ma questo non basta a fermare la Parola, non basta a fermare il Cristo, non sgambetta il contagioso annuncio della Parola. Stupiti?

Leggetevi il vangelo: gli apostoli, ben lontani dal nostro modello asettico e irrealista di uomo di fede (ricordate Pietro e Paolo?), vivono la loro pesantezza con realismo e tragicità. Ma Gesù li ha scelti, perché sappiano comprendere le miserie degli altri, accettando anzitutto le proprie. La chiesa, mi si secca la lingua a predicarlo, non è la comunità dei perfetti, dei giusti, dei puri, ma dei riconciliati. Ci crediamo? Lo desideriamo? Lo accettiamo? O ancora vogliamo correggere il vangelo perché noi, in fondo in fondo, siamo un po’ meglio della gente che critichiamo? Allora mi metto a sognare il sogno di Dio, e sapete qual’è? Una comunità di persone che si accolgono per ciò che sono, che hanno il coraggio del proprio limite, che non hanno bisogno di abbassare l’altro per sentirsi più in alto. Gesù è rifiutato, e con lui viene rifiutato il vangelo e la presenza di Dio: troppo umano questo Messia, troppo pesante il suo passo, banale il suo vivere, troppo povero, troppo fragile.

Non è forse un rischio che corriamo anche noi? Talmente attenti a sottolineare l’incoerenza etcetera da non accogliere il vangelo, talmente scandalizzati dai presunti difetti degli altri da non voler entrare a un altro livello di autenticità e vedere che l’essenziale non è la coerenza costi quel che costi, ma la misericordia.

Così Israele, nella sua splendida e luminosa storia, ci parla di questi uomini di Dio – i profeti – capaci di leggere il presente, non di indovinare il futuro, e di richiamare a Dio la realtà. Ma il destino dei profeti, lo stesso Gesù lo sperimenta, è di essere ignorati in vita e celebrati da morti.

Ancora intorno a noi uomini e donne profetizzano, leggono la realtà, ci richiamano all’essenziale, innalzano la loro voce nel deserto mediatico che ci circonda.

Mi ricordo di un vecchio polacco Parkinsoniano, il quale richiamava forte alla pace, ammoniva i potenti del mondo che – garbatamente – gli sorridevano e lo ignoravano.

Coraggio, amici, riconosciamo e diventiamo profeti, lasciamo che il vangelo ci aiuti a leggere questi tempi e raccontiamolo – Dio benedetto – questo Vangelo.

Malgrado la nostra fragilità.

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