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I DOMENICA DI AVVENTO (C)

  • On 3 december, 2021

LETTURE: Ger 33,14-16, Sal 24,  1Ts 3,12-4,2, Lc 21,25-28.34-36

Nel cominciare l’Avvento siamo invitati a prendere coscienza del significato del Natale, di questo Natale. Un Natale che ci fa contemplare il frutto della Promessa che matura nel grembo della storia. Un Natale che ci invita anche a lottare nel mezzo delle nostre notti oscure. Ogni Avvento reca con sé le ansie e le gioie, le speranze e gli scoraggiamenti di un momento particolare. E ogni Natale, in definitiva, è diverso, perché diverso è lo stato d’animo con cui viene celebrato. Siamo al primo giorno dell’Anno liturgico e dell’Avvento, quindi un’occasione per vivere una prima tappa significativa della no­stra fede.

S. MESSA PER PASQUALE VETTESE E MATS.

Inizia con questa Domenica un nuovo Anno Liturgico e con esso il nostro annuale cammino verso il Natale. Nella II Lettura che abbiamo appena ascoltato S. Paolo ci ha invitati a preparare la “venuta del Signore”, in latino “adventus”, parola la cui radice significa letteralmente “venire accanto – farsi vicino”. In effetti, questo è il Tempo in cui tutto si fa più vicino: Dio all’uomo, l’altro a me, io a me stesso. Il Tempo in cui impariamo che cosa sia davvero urgente: abbreviare distanze, tracciare cammini d’incontro.

Un giorno, il grande poeta e drammaturgo Goethe esclamò: «Darei tutto quello che possiedo per sapere da dove vengo e dove vado». La fede ci dà esattamente questa certezza! Il credente sa che tutto viene da Dio e tutto a Dio ritorna. Sa da dove viene e dove va. Iniziare un nuovo Anno Liturgico, ricominciare dall’Avvento, significa allora ridestare la speranza, rinvigorire l’attesa, contro

l’impazienza imperante del “tutto e subito” che ci appiattisce tutti sul presente. Non c’è bisogno di grandi analisi sociologiche per vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti!

Un autore francese (Jean Debrujnne) l’ha fotografato in pochi lapidari versi: «Noi siamo quelli che non amano attendere / non amiamo attendere nella fila / non amiamo attendere il nostro turno / non amiamo attendere il treno / non amiamo attendere prima di giudicare / non amiamo attendere il momento opportuno / non amiamo attendere un giorno ancora / non amiamo attendere perché non abbiamo tempo / e non viviamo che nell’istante».

Ed è questo “istante” che alla fine ci rende prigionieri di un eterno presente, cancellando memoria ed identità, impedendoci di sognare e di prospettare il futuro. Al contrario solo chi sa attendere ama veramente e diventa attivo e creativo. Qualcuno ha fatto notare che «l’Avvento è tempo che prepara nascite, il tempo di Maria nell’attesa del parto… forse, come Lei, solo le madri che hanno portato la vita in grembo, sanno cosa significhi davvero “attendere”».

La rivoluzione culturale dell’Avvento sta proprio in questo. Nel metterci di fronte ad un Dio-Amore che ha scelto di farsi attendere e ci ha liberati dal rischio di restare perennemente fermi sul fotogramma del qui ed ora, di lasciare scorrere il film della vita con tutta la bellezza e la complessità delle sue molteplici scene guardandolo come da un balcone, da spettatori e non da protagonisti. Perciò anche nell’epoca dei social, di internet, e del “tempo reale”, delle vetrine del commercio e della pubblicità che triturano il senso del tempo – e con esso il buon senso – facendoci intonare Jingle bells appena dopo i Santi, l’Avvento ci stimola, invece, ad una operosa attesa. La pagina del Vangelo di Luca, la prima del nuovo Anno Liturgico, disegna un profilo della storia che tutti ben conosciamo:

angoscia, ansia, paura, sconvolgimenti… eppure dentro questo furore immutabile si fa strada nelle parole di Gesù una cosa nuova: «Vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube». Dio viene!

Perché ha giudicato il mondo e l’ha trovato lontano e, invece, di sdegnarsi, è lui stesso che si carica delle distanze, s’incarica di fare tutti i passi. Si fa vicino. Dio ha giudicato l’uomo e l’ha trovato lontano. E invece di condannarlo, si pone in cammino per vincere i lembi della lontananza. Dio giudica me e mi trova con il cuore appesantito e allora viene più vicino, un’altra volta, perché anche un cuore stanco possa sentirlo. Dio continua il suo pellegrinaggio di fiducia verso di me, verso l’uomo, verso il mondo. Viene come Colui che realizza le sue “promesse di bene”, secondo le parole di Geremia profeta (ibid). Dio viene!

 A noi il compito di andargli incontro “con le buone opere”. Ancora il Vangelo ci soccorre con una pedagogia concreta per il tempo dell’attesa; le istruzioni – pratiche, pratiche – sono almeno tre:

1. La prima potremmo riassumerla nella parola “fiducia”: «Alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina». Il nostro atto di fede è questo: la notte – ogni notte – non è per sempre! Neppure la violenza è eterna, neppure il terrore. Noi siamo spesso tentati pessimisticamente di pensare che la presenza del Signore si sia oggi rarefatta, il Regno allontanato; che siano altri i regni emergenti: i Califfati, l’Isis, l’economia, il mercato, l’idolo del denaro, il profitto, il potere, il piacere… invece, no! Il Regno di Dio viene, nonostante tutto e nonostante tutti, giorno per giorno, continuamente, adesso, Dio viene! «Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo perché la vostra liberazione è vicina!».

2. C’è poi una seconda “istruzione” che potremmo tradurre con “sobrietà”: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze ed affanni della vita». C’è, in effetti, un’obesità del cuore! Una pesantezza che gli impedisce di amare le cose che contano e di sottrarsi agevolmente alle trappole mortali di quelle effimere. Questo è il Tempo per liberarci dai tanti carichi inutili che rendono cauto, lento, incerto e imbarazzato il cammino. Vivere l’Avvento significa non lasciarsi narcotizzare dalla mentalità di questo mondo, dalla più grave malattia moderna che è la superficialità, l’altro nome dell’indifferenza.

3. Infine, la terza “istruzione” concreta: «Vegliate in ogni momento pregando». Vigilanza e preghiera sono le due compagne di viaggio. Vere “oasi dello spirito”. Il termine greco “vegliare” allude al “dormire all’aperto” e più precisamente “nei campi”: indica il sonno vigile del pastore, pronto a svegliarsi ad ogni rumore, che potrebbe segnalare un pericolo per il gregge.

L’Avvento che ricomincia è dunque una maniera di essere e di vivere, di camminare incontro a Cristo che viene. All’inizio dell’Anno la Liturgia spinge a guardare avanti, rimette in stato di attesa. Tutti i verbi sono al futuro per rilanciare, nonostante tuto, la speranza. La fiducia in Cristo e nelle sue “promesse di bene”, l’audacia e lo slancio dei cominciamenti.

Buon Avvento, allora, e buon Anno Liturgico a tutti. A te, a voi e a me! Amen.

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